È ormai noto che l’allattamento al seno non rappresenti solo il soddisfacimento del bisogno fisiologico della fame del neonato ma, essendo il cibo il primo rapporto che il bambino ha con il mondo, costituisca la prima forma di comunicazione, in grado di condizionare le sue successive esperienze comunicative e relazionali.
In altre parole, non si tratta semplicemente di offrire del latte ma di creare un legame, di creare il bonding tra madre e bambino.

Nonostante questa dimensione “intima”, l’allattamento, spesso, assume anche una dimensione più “pubblica”: esso viene vissuto sovente come il banco di prova delle proprie capacità materne di accudimento, la dimostrazione del funzionamento adeguato del proprio corpo e del proprio essere in grado di affrontare il ruolo di neomamma.
Queste dinamiche fanno sì che l’allattamento, da relazionale e “per pochi” (madre e bambino) diventi un “argomento collettivo”: non è infrequente che le donne raccontino di sentirsi sotto pressione a fronte di iniziali difficoltà di allattamento in quanto tutti- compresi i “non addetti ai lavori” (madri, suocere, nonne o zie…) – sembrano essere più capaci ed esperti di lei, generando vissuti di inadeguatezza, non controllo, difettosità del proprio corpo e del sé. Falsi miti e cliché, travestiti da istruzioni e suggerimenti, possono, infatti, far perdere di vista alla mamma i segnali che vengono dal bambino, spaventandola, e costringendola a spostare lo sguardo dalla relazione che si sta costruendo con il neonato, per entrare in una dimensione di performance personale: “sono o non sono capace di allattare?”.

A queste iniziali difficoltà possono poi aggiungersi fantasie oscuranti che attribuiscono alle altre madri capacità ed efficacia che in quel momento la donna sente non possedere. Questo confronto, difficile quanto impari, porta spesso a un senso di sconfitta e vergogna, che porta a dimenticare che le cose nuove implicano un tempo di apprendimento necessario. Il desiderio di rispondere in modo repentino alle richieste del bambino, o alle aspettative proprie o degli altri, rende faticoso tollerare dei tempi che sono naturali e fisiologici, come l’attesa della montata lattea e la “decodifica” del pianto del neonato, facendo vivere le possibili iniziali difficoltà come insormontabili e intollerabili.

A volte ci si aspetta che, in nome delle conoscenze acquisite e del mitologico “istinto materno” ci si debba trovare con grande naturalezza a svolgere compiti mai affrontati, conoscere bene il bambino appena incontrato, allattare facilmente dispensando immediatamente una grande quantità di latte…insomma, ci si aspetta di trasporre quei canoni di perfezione, efficienza, competenza che il mondo al di fuori ci ha imposto fino a quel momento. Ed ecco che ci si trova così davanti a un gap: donne molto capaci si trovano a sentirsi più lente e non competenti; donne veloci si sentono bloccate perché i tempi del loro corpo -fisiologici- non rispondono a quei ritmi che sanno tenere in ambiti diversi, dal lavoro alla casa; donne sempre molto informate e preparate si trovano a ‘scontrarsi’ con il proprio piccolo, amato e sconosciuto in ugual misura…e il divario tra le due immagini, prima e adesso, può confondere. In questi casi, il tempo, da sempre creatore di legami e amico delle relazioni, diventa nemico. Indipendentemente da quale siano i sistemi di significato che la donna fa ruotare intorno all’allattamento (sebbene sarebbe utile per lei individuarli, al fine di riuscire meglio a gestirli), introdurre un tempo ha un effetto importante: permette lo spazio della possibilità e della scelta, e garantisce una sorta di “riconnessione” con l’altro attore dell’allattamento, il bambino.

Si esce, così, dalla “dimensione pubblica” per riaffacciarsi a quella più privata e intima, fatta di relazione tra un bambino appena nato e la sua mamma. Non più l’opposizione tra capace e incapace, tra adeguata e inadeguata, tra esperta e non esperta, tra seno pieno e vuoto, tra allattamento naturale e artificiale: si può essere in fase di apprendimento, di presa di dimestichezza. In altre parole, l’allattamento, così come la maternità in generale, passa attraverso la conoscenza, propria e del bambino, l’instaurarsi di una relazione con il piccolo, l’allontanamento della rigidità tipica del concetto di performance per avvicinarsi, piuttosto a una dimensione che ha a che fare con il ritmo, sinuoso, di una danza di coppia: la mamma e il neonato che entrano in sintonia, creando un movimento armonioso. E se, come può succedere all’inizio, un piede viene pestato o una mossa viene sbagliata, la coppia di ballerini, si fermerà giusto un istante, per guardarsi e per poi, non curante del pubblico, riprendere, nuovamente, il suo danzare.

Psicoterapeuta: Roberta Salerno