È ormai consuetudine di molti ospedali, ma capita che una futura mamma sia spaventata dalla prospettiva del cosiddetto rooming in, la pratica di lasciare il bambino in stanza con lei. Comprendere i suoi dubbi e le sue ansie non è difficile: non sarò troppo stanca? Ce la farò a capire cosa vuole il mio bambino? E sarò capace di darglielo?

In realtà queste paure non hanno ragione di esistere: nessuna mamma viene abbandonata a se stessa, nemmeno quando il bimbo viene lasciato tutto il giorno nella sua stanza. In caso di bisogno di aiuto, il personale dell’ospedale sarà sempre a disposizione ed è possibile chiedere che il bimbo venga accolto temporaneamente al nido.

Per di più, il rooming in viene promosso proprio per i suoi benefici sia per la neomamma sia per il suo bambino, benefici che includono anche imparare a “cavarsela” con il nuovo arrivato.

Niente paura della stanchezza

Partiamo dalla stanchezza: in realtà le donne che sperimentano il rooming in dormono tanto quanto le neomamme ricoverate in ospedali che prevedono che il bambino rimanga al nido. Rispetto a questa seconda situazione però, il rooming in presenta un vantaggio: è associato a un riposo migliore.

Questo beneficio continua anche al di fuori dell’ospedale. Infatti, a una settimana dalla dimissione, i genitori che hanno sperimentato il rooming in appaiono non solo più riposati ma anche più rilassati. Che sia merito anche dei benefici sperimentati dal bambino? In effetti, la qualità del sonno migliora anche per i piccoli, che tendono anche a regolarizzare prima i loro ritmi sonno-veglia e a piangere di meno.

Da questo punto di vista, il contatto prolungato tra mamma e bambino già nelle prime ore dopo la nascita non sembra quindi avere delle controindicazioni, anzi, i suoi vantaggi sembrano essere anche altri.

Nel caso della mamma, aiuta a imparare a riconoscere i segnali lanciati dal suo bambino (per esempio a distinguere quando ha fame da quando ha sonno o è infastidito) e riduce il rischio di depressione post partum.

Nel bambino sono invece stati registrati temperatura corporea e livelli di glicemia più stabili uniti a livelli di ormoni dello stress più bassi. Inoltre, il rooming in sembra ridurre la risposta al dolore durante le procedure mediche e permette la diagnosi precoce di eventuali problemi all’udito.

Un contatto per tutta la vita

Con tutti questi vantaggi, non sorprende che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Unicef promuovano questa pratica. La promozione del rooming in affonda però le sue radici in un’altra motivazione: favorire il più possibile l’instaurarsi del legame tra mamma e bambino in una fase in cui la crescita e lo sviluppo del cervello del piccolo procedono ad una velocità elevatissima, con neuroni che si accendono e si interconnettono ad ogni minuto, ed evitare così qualsiasi effetto negativo della separazione sulla relazione madre-figlio.

Mettere il prima possibile il bambino a contatto con la sua mamma e favorire questo contatto anche durante la degenza in ospedale ha effetti positivi sia sulla formazione di questo legame sia sull’esperienza dell’allattamento al seno. La neomamma impara più facilmente a far attaccare il suo bambino e il piccolo può iniziare subito a nutrirsi assecondando gli stimoli di fame e sazietà, con tutti i benefici che ciò comporta per la salute di entrambi.

Infine, il contatto pelle a pelle consente l’esposizione del bambino ai batteri della pelle della mamma, favorendo così un migliore sviluppo delle difese immunitarie, un altro buon motivo in più per non cedere alle paure e affrontare con serenità anche l’esperienza del rooming in.

Silvia Soligon – Biologa nutrizionista e giornalista medico-scientifica